M. Gargantini - Evoluzione e Creazione

di di Mario Gargantini

Su questo tema si veda anche l'intervento di Giovanni Paolo II
e l'intervista del card. Poupard sul rapporto fede/scienza

Il taglio di questo contributo è quello della "comunicazione scientifica", per due ragioni: sia perché è quello più coerente con la mia esperienza diretta e con le mie competenze; ma soprattutto perché l'evoluzione viventi è stato il primo, e forse è ancora oggi il principale, caso scientifico "popolare", si potrebbe quasi dire mass-mediatico. È stato subito oggetto di infuocati dibattiti e di accese polemiche che hanno immediatamente travalicato i confini delle accademie e delle aule universitarie e hanno trovato amia risonanza nell'opinione pubblica riuscendo a raggiungere tutti gli ambienti e tutti i livelli di conoscenza. Tanto da far dire a Jacques Monod: "Un altro aspetto curioso della teoria dell'evoluzione è che chiunque pensa di capirla".

Non è però altrettanto "popolare" una sua visione critica. Lo ha confermato un interessante articolo apparso su Le Scienze 1 commentando una serie di indagini svolte nelle scuole italiane e analizzando testi e sussidi didattici. Osservano gli autori che in generale "la parte critica sui meccanismi evolutivi non viene sufficientemente sviluppata", e ancora: "Ci si può chiedere perché una teoria scientifica che ha al suo interno tante contraddizioni e che fornisce un'immagine così riduttiva del valore dell'individuo, si sia diffusa tanto largamente".

C'è quindi, nella divulgazione (e nella scuola), la pressante esigenza di un approccio critico, aperto, che non escluda a priori alcuni fattori compresenti in processi naturali così intrinsecamente complessi.
Ma per arrivare ad una visione critica, il lavoro più faticoso è quello preliminare di sgomberare il campo da equivoci, di rimuovere tanti luoghi comuni radicati e spacciati per certezze scientifiche. Le osservazioni seguenti intendono muoversi in tale direzione.

I presupposti culturali del darwinismo

È necessario anzitutto, come per ogni teoria scientifica, considerare il contesto e i presupposti culturali all'origine della teoria darwinista e neo-darwinista. E prima ancora, c'è da dissipare un equivoco legato alla stessa terminologia: è tuttora diffusa la definizione che fa coincidere evoluzione con darwinismo e ciò comporta spesso che un accenno di critica al darwinismo venga interpretato come un tentativo di mettere in dubbio il fatto storico dell'evoluzione e quindi venga subito bollato come antiscientifico e possibile ostacolo al progresso della ricerca.

Tornando al contesto che ha ospitato le teorie darwiniste, possiamo distinguere un punto di vista più strettamente scientifico ed uno culturale in senso lato.

:: Dal punto di vista scientifico, si può osservare che le varie versioni del darwinismo si sono mosse all'interno di alcuni paradigmi dominanti2; ciò da un lato è inevitabile, come insegnano le moderne analisi epistemologiche, e può svolgere una funzione positiva fornendo agli scienziati delle piste sulle quali indirizzare i loro sforzi; a volte però il paradigma può diventare uno schema rigido e trasformarsi in fattore frenante, col risultato di irrigidire fino a bloccare la ricerca.
Nel caso di Darwin, il paradigma dominante era il meccanicismo Newton, che tanto aveva contribuito alla costruzione dell'edificio della fisica, scienza principe dei due secoli precedenti e punto di riferimento di ogni scienziato. A metà Ottocento la fisica era ancora lontana dagli sconvolgimenti probabilistici, relativistici e quantistici e si reggeva ben solida sui pilastri delle tre leggi fondamentali della meccanica. Darwin immagina di erigere un sistema analogo per la biologia, fissando i tre cardini per spiegare la varietà e l'evoluzione dei viventi:

Per il neo-darwinismo, il riferimento è la meccanica statistica, che aveva già impresso una prima svolta alla fisica dei processi termodinamici e che in biologia, spostando l'attenzione dall'individuo alle popolazioni, sembrava poter risolvere il problema dei tempi lunghi necessari alla selezione naturale per produrre i combiamenti documentati dalla ricostruzione storica.
Infine, in alcune tendenze attuali che qualcuno denomina post-neo-darwiniste, i paradigmi dominanti sono quello ambientale e la nascente scienza dei sistemi complessi: si tratta di una prospettiva interessante, sulla quale vale la pena ritorneremo in seguito.

Dal punto di vista culturale più generale, va sottolineato il carattere fortemente ideologico che contraddistingue sia il darwinismo che il neodarwinismo.
Non si può che concordare con G. Basti quando sostiene che l'evoluzionismo era "una questione mal posta". Il problema infatti era: constatata una tendenza all'evoluzione, come documentarla in modo non frammentario, come verificare se i cambiamenti avvenivano sempre nella direzione di un progresso, come render ragione dell'apparire di nuove specie; come giustificare i tempi di sviluppo; come render ragione delle notevoli varietà ambientali, e così via. Invece la questione predominante è stata: come evitare ogni spiegazione finalistica, come liberare la biologia dal vincolo del finalismo. Lo si constata, oltre che dall'andamento del dibattito successivo alla pubblicazione della Origine delle specie, andando a leggere gli scritti giovanili, dove l'autore indica come suo bersaglio la mente dell'uomo, "la cittadella che doveva essere conquistata dalla teoria evoluzionista per la vittoria del materialismo"3.
A ulteriore riprova del carattere ideologico, del movente pre-scientifico che ha guidato la ricerca darwiniana, si possono fare le seguenti osservazioni:

Passando alla neo-sintesi, è abbastanza evidente la sua impostazione basata su quello che il già citato articolo de Le Scienze definisce "riduzionismo spinto", che programmaticamente riconduce tutti i fenomeni biologici ai livelli più bassi della scala naturale (fino al Dna) e soprattutto passa con disinvoltura da un livello all'altro. Lo si può notare anche semplicemente nell'uso (o abuso) di alcune metafore: come quella della macchina chimica per descrivere la cellula o la similitudine organismo-macchina.
Lo stesso Monod peraltro affermava: "Il meccanismo di replicazione del Dna non potrebbe sfuggire a una perturbazione senza violare le leggi della fisica. Spinto all'eccesso questo riduzionismo può sfociare, per assurdo, addirittura in una forma di vitalismo con la personificazione del Dna"5.

Infine, c'è da considerare il presupposto culturale che fa da sfondo e da brodo di coltura, non solo della neo-sintesi ma di quasi tutta la cultura contemporanea: è quel nichilismo scettico che evita ogni interrogativo sul senso e il significato delle scienza e delle sue scoperte e lascia ogni teoria in balìa di se stessa, priva di qualsiasi ancoraggio ontologico. L'evoluzione, sotto l'apparente entusiasmo per un cammino di progresso continuo non trova altro che il nulla e si rivela, secondo una penetrante immagine di Jean Guitton, come "un lampo tra due nulla". Emblematiche di questa posizione nichilista sono due passi che suggellano i due libri più famosi di due grandi scienziati contemporanei, entrambi premi Nobel: il fisico Steven Weinberg così concludeva la sua, peraltro affascinante, descrizione dei primi istanti di esistenza del cosmo: "Quanto più l'universo diventa comprensibile, tanto più ci appare senza scopo"; mentre Monod, nel celebre Il caso e la necessità, così sintetizza la sua posizione: "L'antica alleanza è infranta; l'uomo finalmente sa di essere solo nell'immensità dell'universo dal quale è emerso per caso. Il suo dovere, come il suo destino, non è scritto in nessun luogo".
Di fronte a simili pronunciamenti, viene spontaneo chiedersi che cosa umanamente può motivare la ricerca; vale la pena dedicarsi alla scienza in questa prospettiva?

Equivoci

Se queste sono state le premesse del darwinismo nelle sue varie versioni, ancor più pesanti sono le sue conseguenze. La polemica, già così aspra fin dagli inizi, ha lasciato nell'opinone pubblica equivoci e luoghi comuni che non risparmiano la stessa comunità scientifica e si trascinano nonostante il dibattito sia oggi sempre più differenziato e, apparentemente, più pluralistico. In effetti oggi criticare Darwin non è più un tabù, come dimostrano un certo numero di articoli apparsi su riviste qualificate o il successo editoriale dei libri di un "eretico" come Stephen J. Gould e le sue conferenze-show. Anche se si può notare una tendenza a trasferire l'intoccabilità del maestro su alcuni discepoli speciali, come ad esempio Richard Dawkins, biologo americano ormai entrato prepotentemente nello star system internazionale...
Vediamo allora alcuni dei più radicati equivoci.

Evoluzione e teorie evolutive

Se si può affermare con ragionevole certezza che l'evoluzione è un fatto, suffragato da numerosi e coerenti riscontri osservativi, altrettanto chiaramente va detto che non esiste un'unica ed esauriente teoria in grado di rendere ragione di tale fatto: le teorie evolutive per spiegarne i meccanismi sono tante e diversificate ed è un'operazione culturalmente equivoca, anche se diffusa, quella di trasferire la certezza circa il fatto dell'evoluzione su una data teoria evolutiva attribuendo a quest'ultima indebitamente una validità che è ben lungi dal possedere.

Descrivere non è spiegare

Uno degli equivoci più persistenti e sottili è quello che fa coincidere, nel caso dell'evoluzione dei viventi, descrizione con spiegazione. La selezione naturale infatti, punto cardine del sistema darwiniano, è una "descrizione" non una spiegazione.

:: L'affermazione "il più adatto sopravvive" non è altre che una tautologia. Chi è infatti il più adatto? È quello che sopravvive. È la stessa tautologia che si verifica quando si dice "vinca il migliore", dal momento che il migliore è proprio colui che vince...
"Quali sono gli individui più adatti? Essi possono venir definiti solo a posteriori. Quale accorgimento ci mette al riparo dal rischio che venga indicato come migliore quello che più piace per ragioni soggettive e non per fatti obiettivi?"6.
Per sostenere il valore esplicativo della selezione naturale bisogna affermare che la natura ha un criterio di scelta tra un numero indefinito di possibili mutazioni; ma dire criterio significa pensare alla possibilità di un paragone con una soluzione ottimale e quindi introdurre un elemento finalistico che la teoria vorrebbe escludere a priori. Oppure ci vuole un tempo indefinitamente lungo perché, solo con il "caso cieco", si verifichi la mutazione giusta; un esempio proposto da R. Morchio7 è illuminante: calcolando in quanti modi si può fare una catena proteica medio-piccola (100 amminoacidi), si trova un valore pari a 20100 = 10130; ipotizzando di costruirne una al secondo, il tempo richiesto vale 10130 secondi, molto di più della stessa età della Terra che è di ... soli 1017 secondi (5 miliardi di anni). D'altra parte un batterio semplice come il ben noto Escherichia Coli ha più di 5.000 tipi di proteine!
Altrettanto efficace l'espressione del cosmologo F. Hoyle, che ha paragonato il processo casuale di costruzione di una proteina in tempo utile sulla Terra alla risoluzione di un cubo di Rubik "con gli occhi bendati".
Alcuni sono giunti alla conclusione che, nella maggioranza dei casi, la selezione naturale non può funzionare perché "non ha niente da selezionare..."

:: Lo stesso Darwin ha ammesso, alla sesta edizione dell'Origin, che "selezione naturale è un termine erroneo e neppure come metafora andrebbe usato".

:: Ancor oggi molto resta da spiegare e il modello neo-darwiniano non è adeguato per spiegare una serie di fenomeni come:
- gli eventi catastrofici e i grandi mutamenti repentini che contraddicono l'ipotesi di un'evoluzione graduale;
- i tempi lunghi necessari per l'affermarsi delle nuove specie;
- il ruolo delle mutazioni neutrali che costituiscono la maggioranza delle mutazioni;
- le varie forme di cooperazione tra i viventi che scalzano l'immagine di un mondo dominato esclusivamente dalla lotta per la sopravvivenza;
- l'ereditarietà dei caratteri acquisiti, dogmaticamente proibita dal darwinismo ma che recenti ricerche tendono a riconsiderare in alcuni casi;
- per non parlare dell'uomo e della sua irriducibilità agli altri esseri viventi: "L'emergere di una coscienza totale, in grado di riflettere su di sé, è certamente uno dei miracoli più grandi" (K. Popper); "Ciascuno di noi è un grande mistero, nel suo venire all'esistenza come essere che sa di essere unico. È questo mistero che mi ha guidato ed ispirato nella mia vita di neurofisiologo" (J. Eccles).

Ma soprattutto resta il grande problema della fondazione teorica della biologia, che è ancora ben lontana all'orizzonte.

:: Tre piste di indagine promettenti e che si discostano dal paradigma darwiniano sono quella morfologica, quella ambientale e quella già citata della complessità.
- La creazione di nuove forme (morfogenesi) è un campo di ricerca vastissimo che richiede nuovi approcci: in molti infatti non basta la funzionalità per render conto della comparsa di forme prima inesistenti.
- L'interazione con ambiente è un altro fattore decisivo nel determinare il cammino dell'evoluzione. Con la notazione che si tratta di un'interazione dinamica: mentre l'organismo si adatta all'ambiente questo cambia per effetto dello stesso organismo; ciò rende oltremodo difficile lo studio dei reciproci effetti e impone di evitare semplicistiche schematizzazioni.
- I viventi rientrano in quella categoria classificabile come "sistemi altamente complessi", oggetto recente di analisi per le quali si stanno approntando nuovi strumenti di rappresentazione e nuovi apparati concettuali. Sono sistemi costituiti da sotto-sistemi mutuamente interagenti e per modificarli in un modo utile devono verificarsi simultaneamente mutazioni coordinate in tutti i sotto-sistemi; tale simultaneità è difficile da tenere sotto controllo e rende vana ogni interpretazione deterministica. Inoltre è evidente che più il sistema è complesso più è difficile modificarlo; la sua velocità di variazione non può essere regolare: nvece l'albero dell'evoluzione dei viventi si allarga continuamente e ciò implica la presenza di fattori ancora da individuare.

Per tutti questi motivi, stupiscono le affermazioni di perentoria certezza nelle teorie evolutive. Talora pateticamente contraddittorie, come quelle di R.S. Lull8, docente all'università di Yale all'inizio di questo secolo:
"Fin dai tempi di Darwin, l'evoluzione ha incontrato accettazione sempre maggiore, tanto che oggi, nelle menti informate e pensanti, non c'è dubbio che essa sia il solo modo logico con cui si possa interpretare e comprendere la creazione. Non siamo altrettanto sicuri sul modus operandi, ma possiamo sentirci fiduciosi che il processo è avvenuto in accordo con grandi leggi naturali, alcune delle quali sono ancora sconosciute e forse inconoscibili".
Ma anche autori contemporanei, come il già citato Dawkins9, nonostante il continuo affiorare di elementi problematici, non esitano a ribadire la convinzione che "l'esistenza dell'uomo, un tempo il massimo di tutti i misteri, oggi non è più tale perché l'enigma è stato risolto per merito di Darwin e Wallace ai cui risultati noi continueremo per un bel po' di tempo ad aggiungere note in calce".
Ciò che sta uscendo dai laboratori e dai centri di ricerca anche solo in questi anni è ben più di qualche "nota in calce"...

Caso e causa

Nella cultura degli ultimi due secoli si è diffusa una confusione sistematica tra caso e causa. Si deve invece precisare quanto segue.
- Caso non vuol dire assenza di cause; col termine caso ci si riferisce ad un insieme di cause accidentali che determinano comportamenti impredicibili, casuali appunto. Se si considerano i sistemi complessi non-lineari, oggi oggetto di interessanti studi, si vede come in ogni processo l'esito è impredicibile ma, passo passo, le cause esistono e sono ben determinate.
- Il caso è un meccanismo di scelta tra alternative pre-esistenti, quindi non genera le alternative, non crea novità.
Il riferimento al caso quindi non elimina le cause; anzi ripropone il problema delle cause più in profondità. Da dove deriva l'irriducibile novità della venuta all'esistenza di ogni essere? Che cosa determina la differenza specifica di ciascun individuo, che lo caratterizza come soggetto ben preciso, distinto dagli altri? (anche della sua stessa specie; nella realtà non esistono le specie, esistono i singoli individui concreti e sono tutti diversi ....).
È un problema di informazione: da dove viene il plus di informazione che genera la novità (iniziale, tra le specie, tra gli individui, tra gli altri viventi e l'uomo)? È tutta già scritta nel codice genetico? Ma quanti bit ci vogliono, per tener conto di tutte le possibili variazioni ambientali cui l'individuo potrebbe reagire nel corso della sua vita. In effetti il modello del codice genetico che lo assimila a un software non regge (e anche la metafora del "codice" genetico è ambigua).
La strada che alcuni stanno percorrendo porta a ipotizzare un meccanismo adattivo, col quale l'organismo, in base all'interazione con l'ambiente, ridefinisce continuamente le alternative possibili; tra queste poi possono essere cause accidentali a scegliere, anche casualmente ...
Una volta superata l'idea di caso come alternativa a Dio creatore, diventa possibile recuperare un ruolo positivo anche al caso, come hanno proposto alcuni autori: il caso, lungi dall'essere inteso come rivale di Dio, viene visto come componente importante del suo disegno; sia all'origine che oggi, la presenza del caso nella realtà naturale costituisce un elemento di vantaggio, altamente positivo nel contribuire a un mondo più ricco, più vivo, più libero, dove "un alto grado di casualità nel processo evolutivo può essere coerente con un fine determinato, poiché ci sono indubbi vantaggi nel creare un ambiente caratterizzato da varietà e imprevedibilità"10.

Evoluzione e Creazione

Si assiste oggi ad una riduzione sistematica del concetto di creazione: non più come creazione dal nulla (secondo la grande tradizione giudaico-cristiana che l'ha introdotta come assoluta novità nella cultura umana) ma semplice meccanismo di scelta tra alternative ...
Bisogna riflettere invece sul fatto che per spiegare la natura osservata non bastano le leggi fisiche, chimiche o biologiche: queste agiscono sui dati iniziali e su date condizioni al contorno che non sono ricavabili dalle leggi medesime; senza questi elementi "dati", le leggi non sono che vuote formule e la loro capacità esplicativa risulta vana.
C'è da aggiungere che oggi tutte le teorie sulle varie "origini" (cosmo, vita, uomo) sono in discussione; lo stesso modello del big bang è oggetto di radicali revisioni. Stupisce quindi la presunzione di chi sostiene che la scienza può spiegare la creazione...
In ogni caso, non c'è neppure bisogno di risalire al fatidico momento delle origini per sfoderare le armi pro o contro la creazione: in ogni momento, dalle maglie della critica più rigorosa affiora una natura che non si è fatta da sé e che comprende al suo interno una realtà, l'essere umano, che eccede ogni pretesa di schematizzazione. Lo scienziato serio, più attento alle osservazioni che alle sue idee, è costantemente messo di fronte allo spettacolo della creazione, con tutta la sua carica di imprevedibilità ma soprattutto di bellezza, di meraviglia, di inesauribilità.
Dio creatore non va inteso come la prima di una catena di cause ... è totalmente altro , irriducibile ai fenomeni e questa sua alterità è la condizione permanente che consente al reale di esistere e di procedere secondo le leggi che la scienza via via scopre pur senza arrivare mai a possedere "la chiave dell'universo". Dio in quanto Creatore dal nulla, è il fondamento permanente dei fenomeni naturali, non il burattinaio che si diverte a cambiare le carte per mettre fuori gioco la nostra capacità (pure questa creata da Lui) di comprendere la realtà.
D'altra parte il fattore più sorprendente dell'universo è proprio la sua contingenza, la singolarità dei fenomeni, la non meccanicità dei processi a tutti i livelli della gerarchia naturale.
Una contingenza che le scienze della complessità stanno rivelando un po' ovunque e che rimanda all'esistenza di un livello che trascende i fenomeni naturali: il solo in grado di fornire quel plus di informazione necessario per una effettiva evoluzione.
Una contingenza che si manifesta anzitutto nelle condizioni al contorno di cui sopra; che le scienze possono solo constatare ma non spiegare e che rivelano un cosmo così ben calibrato da favorire l'evoluzione che la biologia documenta: sono tante contingenze, quindi tanti eventi di per sé non necessari, ma che convergono tutti verso una direzione, cioè il cosmo così come oggi lo sappiamo descrivere.
Un cosmo calibrato in modo sottile e che oggi più che mai mostra quel caratterre della sottigliezza che già Einstein additava: "Dio è sottile ma non maligno". Alla stessa idea di natura sottile fa riferimento il teologo anglicano J. Polkinghorne: "L'equilibrio reale che percepiamo tra caso e necessità, contingenza e potenzialità, è a mio avviso coerente con la volontà di un Creatore paziente e sottile, pago di raggiungere i propri scopi atraverso il disvelamento di un processo e disposto perciò ad accettare un certo grado di vulnerabilità e precarietà che sempre caratterizza il dono della libertà per un atto d'amore"11.
Il carattere sottile dovrebbe dissuadere da quell'operazione, identificata col termine concordismo, che portano i credenti troppo semplicisticamente a leggere in alcune teorie scientifiche le prove di una visione del cosmo e della storia propria della esperienza di fede; quasi che quest'ultima trovi la sua consistenza nella oggettività della scienza e non nella persuasività di un'esperienza incontrata.
Viceversa, è proprio in forza di tale esperienza che può essere positivamente affrontata anche la conoscenza scientifica,
senza l'ansia di risolvere tutti i problemi e con l'apertura e la disponibilità a qualsiasi confronto.
Vale la pena ricordare un'espressione del card. Newman (il maggior teologo cattolico al tempo di Darwin, che non si è mai preoccupato di controbattere il darwinismo):
"credo in un disegno perché credo in Dio, non in un dio perché vedo il disegno"

note

1B. Isolani, P. L. Manachini, «Lo sviluppo del pensiero di Darwin tra eresia e superstizione», Le Scienze, Aprile 1995.

2 Cfr. G. Basti, La filosofia dell'uomo, Edizioni Studio Domenicano, 1995.

3P. H. Barrett, Darwin Early Unpublished Notebooks, E. P. Dutton, 1974.

4 Ad esempio L. Eisely, Il secolo di Darwin, Feltrinelli, 1975

5 Cfr. nota 1.

6 P. Omodeo, Nuova Secondaria, Settembre 1995

7 R. Morchio, Nuova Secondaria, Settembre 1995

8 R. S. Lull, Organic Evolution, MacMillan, 1917

9 R. Dawkins, L'orologiaio cieco

10 D. Bartolomew, Dio e il caso, SEI, 1987

11 J. Polkinghorne, Scienza e fede, Mondadori, 1987