Cercasi ragione, disperatamente

intervista a Paolo Musso

La scienza ha sostituito la fede in Occidente? Sembra di sì, eppure qualcosa non torna. Ne parliamo con Paolo Musso.

di Maria Claudia Ferragni (con domande anche di F.Bertoldi)

La scienza ha aiutato l’uomo a scoprire verità decisive per la sua vita. Ma (se nessuno crede nella verità) chi aiuta la scienza?


La scienza e sua figlia, la tecnologia, stanno abbattendo molti limiti dell’umano, dandoci una sensazione di potere quasi illimitato sulla realtà: i limiti dello spazio e del tempo sono vinti dalla possibilità di comunicare in tempo reale con chiunque e dovunque; il limite dell’origine della vita è vinto dalla possibilità di controllare artificialmente le nascite; il limite della malattia e del dolore è sempre più vinto dalla ricerca medica.

Insomma, la scienza è diventata protagonista indiscussa della nostra vita, e sembra aver soppiantato il ruolo da sempre avuto dalla fede cristiana, in quella cultura occidentale che è stata madre di entrambe, della scienza e della fede.

Discorso chiuso, quindi? La scienza moderna ha sostituito l’antiquato Cristianesimo una volta per sempre? La risposta è tutt’altro che scontata. Ma, la cosa interessante, è che sia la stessa scienza a mettere in discussione questo radicato luogo comune.

Ne abbiamo parlato con un esperto, il dott. Paolo Musso, docente di Filosofia della scienza presso l’Università dell’Insubria di Varese.


Professore, che cos’è in poche parole la scienza?

Come ha stabilito una volta per tutte con chiarezza insuperabile il suo inventore Galileo Galilei, la scienza è un metodo (che nel tempo si è dimostrato particolarmente efficace) per «venir in notizia» di «alcune affezioni» delle «sustanze naturali» per mezzo di «sensate esperienze» e «necessarie dimostrazioni» basate sull’uso della «lingua matematica».


Tutto qui?

Tutto qui. Ma le conseguenze sono state spettacolari, cosa che solo a prima vista può sorprendere, perché in effetti quasi sempre le grandi scoperte sono nate da idee in apparenza molto semplici, a volte addirittura banali. Noi spesso immaginiamo il “genio” come una capacità di concepire idee originali e incomprensibili ai comuni mortali, ma in effetti, come ha detto il grande scienziato ungherese Albert Szent-Gyorgyi, premio Nobel per la scoperta della vitamina C, esso piuttosto «consiste nel vedere ciò che tutti hanno visto e nel pensare a ciò a cui nessuno ha mai pensato». Come ho cercato di spiegare nel mio libro La scienza e l’idea di ragione (Mimesis, Milano 2011), nel caso di Galileo la cosa a cui nessuno aveva mai pensato e a cui lui invece pensò era la possibilità di invertire il metodo della conoscenza, che fin dai tempi dell’antica Grecia era sempre stato essenzialmente deduttivo, sul modello degli Elementi di geometria di Euclide (un’opera così straordinaria e moderna nella sua concezione che verrà migliorata per la prima volta solo 22 secoli dopo, nel 1899, dal grande matematico tedesco David Hilbert). Nella geometria euclidea, come sappiamo, si procede stabilendo prima, con il puro ragionamento, alcune verità molto generali ed evidenti, per poi dedurre da esse tutte le conseguenze particolari: e questo, pur con differenti sfumature, era diventato il modello di tutte le altre forme di conoscenza. Intendiamoci, l’idea in sé di estendere un metodo di così grande successo ad altri ambiti non era affatto stupida, tanto che anche la scienza procede spesso così: l’errore fu di insistere in tale approccio anche di fronte all’evidenza che per la conoscenza della natura non funzionava (mentre funzionava e funziona tuttora benissimo, per esempio, in logica, in metafisica e in parte anche in etica). Anche se va detto, a onor del vero, che tale evidenza non era poi così “evidente”, soprattutto nel caso del tanto vituperato modello cosmologico tolemaico, che era sì piuttosto contorto e innaturale, ma dal punto di vista pratico funzionava benissimo e, in particolare, non era assolutamente inferiore (anzi!) al sistema copernicano, che era addirittura più complicato (contenendo 48 epicicli contro 40) e non forniva previsioni migliori. Per questo l’idea di Galileo, per quanto semplice, non era tuttavia assolutamente scontata ed è giusto considerarla un autentico colpo di genio, come del resto i fatti hanno ampiamente dimostrato, date le straordinarie scoperte scientifiche e le non meno straordinarie innovazioni tecnologiche che il suo metodo ha generato.


Questo significa che sbagliava Maritain distinguendo le scienze in empiriometriche ed empirioschematiche (o Dilthey che distingueva Naturwissenschaften e Geisteswissenschaften)? Oppure queste ultime non hanno valenza scientifica?

Maritain tra i suoi tanti meriti non può certo annoverare quello di aver aiutato i filosofi a comprendere bene la natura della scienza moderna: anzi, nel mondo cattolico, in particolare, la sua influenza su questo punto è stata senz’altro negativa. Basti dire che seguiva sostanzialmente l’impostazione di Pierre Duhem, che sta alla base dell’antirealismo epistemologico moderno e che riteneva che il vero metodo scientifico l’avessero inventato i greci: l’esatto opposto di quel che abbiamo appena detto. Ciò premesso, il problema che lei pone esiste anche indipendentemente dalle specifiche tesi di Maritain o Dilthey e riguarda se e come il metodo scientifico, che è nato essenzialmente nell’ambito della fisica, possa essere applicato anche ad oggetti diversi e con quali risultati. Quanto al “se”, la risposta è senz’altro positiva, dato che di fatto il metodo sperimentale è stato applicato con successo nei più diversi ambiti. Quanto al “come”, non è attualmente possibile (e forse non lo sarà mai) esprimere in linguaggio matematico ogni singolo aspetto di ogni singola scienza: per esempio, le scienze della vita (botanica, zoologia, etologia, ma anche biologia molecolare, teoria dell’evoluzione, medicina, ecc.), che costituiscono più o meno il gruppo di quelle che Maritain chiamava “scienze empirioschematiche”, sono ancora lontane da questo obiettivo, per non parlare delle scienze sociali, che corrispondono invece più o meno alle Geisteswissenschaften di Diltehy, dove ha un ruolo ineliminabile la libertà umana, che non potrà mai essere oggetto di calcoli esatti. Cionondimeno, anche in questi ambiti si procede ugualmente cercando di individuare aspetti misurabili e regolarità prevedibili, utilizzando a tal fine strumenti costruiti in base alle scienze più matematizzate, anche se poi le conoscenze così ottenute devono essere integrate con valutazioni più qualitative e in certi casi (si pensi di nuovo alla medicina) anche intuitive. Ma in ogni caso il livello di matematizzazione raggiunto anche in tali ambiti è oggi molto maggiore di quello che Maritain riteneva possibile, il che induce a pensare che la differenza tra le diverse scienze sia più di grado che di natura, come invece lui tendeva a credere. Quanto infine ai risultati, è chiaro che bisogna fare molta attenzione a valutarli e soprattutto a presentarli correttamente, chiarendo sempre, soprattutto in sede di divulgazione per il grande pubblico, che una previsione in ambito biologico, medico o (tanto per stare all’attualità) climatologico non ha la stessa attendibilità di una in campo fisico, chimico o astronomico. Che ciò spesso non accada è purtroppo un fatto, che però non ha nulla a che vedere con la natura della scienza, ma piuttosto con quella degli esseri umani che la praticano.


Detta così, la scienza sembra non avere limiti.

No. La scienza è sempre stata cosciente dei propri limiti, così come è sempre stata aperta al mistero, perché questa è la sua natura, codificata nelle profondità di quel tesoro inestimabile che è il metodo galileiano. Anzi, la scienza si è costituita proprio a partire da un atto di lucida e consapevole autolimitazione metodologica: quella per cui il suo metodo si applica solo agli aspetti misurabili della realtà materiale, come per l’appunto Galileo ha espressamente sancito nei famosi passi che abbiamo appena citato. Ciò non significa tuttavia che tali aspetti siano gli unici esistenti o comunque gli unici conoscibili: significa soltanto che per conoscere gli altri aspetti del reale saranno necessari altri metodi. Uno l’abbiamo già visto: è quello della matematica, che in tale ambito continua ad esser valido (così come, con i necessari adattamenti, anche negli altri menzionati). Ma sappiamo che Galileo, pur non svolgendo mai una riflessione sistematica sul tema (che semplicemente non gli interessava) riconobbe esplicitamente il valore di almeno altre due forme di conoscenza: la teologia, basata sul metodo della conoscenza per fede, e l’arte, basata sul metodo dell’immedesimazione. In altri termini, il metodo della conoscenza dipende dal suo oggetto e quindi non è unico ma intrinsecamente pluralistico. Certo può accadere, e di fatto accade, che singoli scienziati rifiutino di accettare tale inevitabile implicazione: ma in tal caso lo faranno non più in quanto scienziati, bensì in quanto esseri umani, giacché finché uno agisce da scienziato è costretto dalla logica intrinseca del metodo scientifico a mantenere nei fatti, anche a dispetto delle sue stesse convinzioni, tale atteggiamento di inesauribile apertura, la cui importanza essenziale è del resto dimostrata dall’importanza che gli accadimenti imprevisti hanno sempre avuto per il progresso della scienza. Per questo Einstein ebbe a dire che «chi non ammette il mistero insondabile non può neanche essere uno scienziato».


Allora c’è un rapporto tra scienza e fede? Quale?

Da un punto di vista oggettivo è quello di sempre, fissato una volta per tutte da Galileo, come abbiamo detto prima. Da un punto di vista soggettivo, invece, è innegabile che gli scienziati tendano più spesso che in passato a polemizzare con la fede, spesso adducendo argomenti che pretendono di aver desunto dalla scienza, ma ciò in realtà non è possibile, per via dei limiti intrinseci del metodo scientifico di cui abbiamo appena parlato: semplicemente, anche gli scienziati, essendo uomini come tutti gli altri, risentono della mentalità comune.

Del resto anche Margherita Hack, poco prima di morire, ha riconosciuto che il suo ateismo non si basava su motivazioni scientifiche e che la scienza non può dire nulla né a favore né contro la religione: l’avesse detto un po’ prima e un po’ più spesso sarebbe stato meglio, comunque così è. C’è però anche un altro problema, più specifico ma estremamente grave, che è emerso soprattutto negli ultimi decenni, cioè il nefasto influsso del cosiddetto creazionismo, che spinge parecchi scienziati ad assumere un atteggiamento molto negativo verso la religione in generale e il cristianesimo in particolare. È vero che (almeno finora) si è trattato di un problema dei soli americani, ma la loro posizione di leader all’interno della comunità scientifica mondiale fa sì che il loro atteggiamento influenzi anche quello degli altri. Per questo è importantissimo che manteniamo tutti un giudizio chiaro, fermo e senza indulgenze di fronte ai recenti tentativi del creazionismo di metter radici anche in alcuni paesi europei, tra cui purtroppo l’Italia.


Possiamo accettare l’uso del termine “creazionismo” nel senso di “antievoluzionismo fissista”, o non si dovrebbe piutosto riscattare tale termine, riconoscendogli il senso di “teoria che ammette la creazione dell’universo da parte di Dio infinito e trascendente”?

In linea di principio sarei assolutamente d’accordo. Purtroppo quando si tratta di linguaggio l’uso prevale sempre su tutto: basti pensare alla teoria della relatività, che è essenzialmente una teoria di ciò che in fisica non è relativo (tanto che Einstein stesso per diversi anni la chiamò “teoria delle invarianti”); o alla meccanica quantistica, che è la teoria fisica più antimeccanicista mai concepita; o al caos deterministico, che non è affatto il disordine, ma piuttosto un tipo particolare (e particolarmente importante) di ordine complesso. In tutti questi casi il nome della teoria suggerisce l’esatto opposto del suo contenuto, ma nessuno si è mai sognato di correggerlo: eppure non stiamo parlando di oscure teorie iperspecialistiche note solo a qualche isolato topo di biblioteca, bensì delle tre principali rivoluzioni scientifiche del ventesimo secolo! Morale della favola: i nomi non si affermano per ragioni logiche, ma per le suggestioni che sanno suscitare in un determinato momento storico, dopodiché vengono conservati in forza dell’abitudine nonché della comodità pratica, che non è per nulla un fattore secondario. Si immagina, per esempio, che confusione si verrebbe a creare se si riuscisse a fare ciò che lei auspica, con tutti i testi che prima di una certa data usano la parola “creazionismo” in un senso e dopo in un altro? Senza contare poi cosa succederebbe se (come è assai più verosimile) questa rivoluzione semantica riuscisse solo a metà, nel senso che certi autori si mettessero a usare il termine in un senso e altri nell’altro: il rimedio sarebbe peggiore del male, perché nessuno ci capirebbe più nulla. È vero che a volte anche dei nomi inappropriati possono provocare malintesi, ma la strada giusta non è tentare di cambiarli (il che tra l’altro anche storicamente si è sempre rivelato un esercizio sterile), bensì chiarirne bene il significato e magari trarne spunto per proporre una nuova terminologia che sappia toccare le corde giuste nell’animo dei nostri contemporanei fino ad entrare a sua volta nel linguaggio corrente: infatti una terminologia di successo favorisce sempre anche il successo del libro che la contiene. Vale per i romanzi, come qualsiasi scrittore sa perfettamente, ma anche per i libri di filosofia.


Nessuno parla più di “verità” (conoscibile da tutti) e di “natura” (che precede la libertà), se non i cristiani. Provoco: e se fosse il Cristianesimo l’ultima mentalità “scientifica” rimasta?

È certamente un’affermazione paradossale, ma, purché ben compresa, può senz’altro essere sottoscritta. Del resto non è un caso che la scienza sia nata in un contesto cristiano e che per quasi trecento anni tutti i più grandi scienziati siano stati cristiani. Il fatto è che il cristianesimo ha sempre affermato (e oggi è forse rimasto il solo a farlo) due valori indispensabili per la scienza: quello della realtà, che essendo opera di Dio è ultimamente positiva ed è “per” noi; e quello della ragione, che può conoscere la realtà e attraverso di essa aprirsi al Mistero, che fa esistere sia lei che noi. Inoltre Cristo ha sempre insistito moltissimo sulla necessità di verificare personalmente la sua proposta attraverso la propria esperienza («Venite e vedete») e il modo in cui ciò può accadere, pur con le ovvie e inevitabili differenze, ha molto in comune con il metodo scientifico. Non per nulla il mio libro si chiude proprio con un raffronto tra questi due metodi.


Possiamo affermare che nella scienza c’è l’ultima passione per la verità, anzi, per le verità “ultime”, come nelle moderne teorie cosmologiche?

Sottoscrivo ancora, anche perché ciò non è altro che il rovescio della medaglia dell’affermazione precedente. In effetti a volte sembra che oggi a credere ancora nella verità e nella nostra capacità di conoscerla siano rimaste solo due comunità: quella scientifica e quella cristiana (per inciso, credo che Galileo non lo troverebbe strano, visto che ripeteva sempre che Dio ci parla attraverso due libri, quello della Rivelazione e quello della Natura). Ciò detto, va anche aggiunto, per completezza, che le verità scientifiche, per loro natura (vedi sopra), non possono mai essere realmente “ultime”, neanche quando trattano di questioni come l’origine dell’universo che ci portano realmente ad un passo dalla Verità con la V maiuscola. Ma, come dico sempre ai miei studenti, la scienza può al massimo aprire una porta su ciò che sta al di là della realtà fisica, ma non oltrepassarla: se lo fa, commette un abuso metodologico, le cui conseguenze non potranno che essere negative, innanzitutto per la scienza stessa.


Scienza e libertà: l’una contraddice l’altra?

Essendo un’attività umana, la scienza non può ovviamente evitare di avere a che fare con la libertà, e ciò a vari livelli. Qui mi limiterò a sottolineare un aspetto che troppo spesso viene dimenticato o addirittura negato (spesso purtroppo anche nel mondo cattolico) in base a stereotipi e luoghi comuni accettati senza riflettere, e cioè il fatto che la scienza ci aiuta ad essere più liberi (come del resto è logico, dato che è stato Cristo stesso a dire che la verità ci farà liberi: e questo non vale soltanto per la Verità che è lui stesso, ma per qualsiasi verità). In primo luogo infatti la scienza ci libera da molte false credenze, svelandoci sempre più il vero volto della realtà e permettendoci quindi di aderire più consapevolmente ad essa così com’è (che per un credente significa: così come Dio l’ha fatta). In secondo luogo, essa ci permette di migliorare la nostra vita grazie alle sue applicazioni tecnologiche, che ci liberano da molti bisogni, fatiche e sofferenze altrimenti inevitabili. È certamente vero che scienza e tecnica possono essere usate anche per il male, ma questo non dipende dalla loro natura, bensì dalla nostra: di per sé il fatto che il mondo sia fatto in modo tale da permettere lo sviluppo della scienza e della tecnica significa che anch’esse fanno evidentemente parte a pieno titolo del piano di Dio e che il dovere di un loro buon utilizzo rientra nel più generale mandato a custodire e accudire il “giardino” del mondo in cui Dio ci ha posti.


Quali sono attualmente, secondo lei, le ultime e più interessanti frontiere della scienza?

Almeno dal punto di vista della scienza pura, credo che le frontiere più interessanti non siano quelle di cui oggi più si parla, come la genetica o le neuroscienze, dove la parte più innovativa al momento è rappresentata dalle applicazioni tecnologiche e non dalle scoperte in sé. Personalmente mi aspetto ancora molto dal satellite Planck e dall’acceleratore LHC, più ancora che per quel che si sta cercando (materia oscura, particelle supersimmetriche, tracce dell’inflazione, ecc.), che pure è della massima importanza, per la possibilità che si trovi qualcosa di completamente inaspettato, che darebbe una scossa formidabile a due campi come la fisica delle particelle e la cosmologia che da un po’ troppo tempo erano vittime di un certo immobilismo sul versante sperimentale, il che a sua volta aveva prodotto, per reazione, un eccessivo sbilanciamento sul versante della speculazione teorica.

E poi c’è il SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), per il quale i prossimi 15-20 anni potrebbero essere decisivi e che se dovesse aver successo cambierebbe per sempre la nostra visione dell’universo e del nostro posto all’interno di esso. Certo in questo pesa anche la stima che ho per i ricercatori coinvolti nei rispettivi programmi, tra i quali ho molti cari amici: ma credo che sia una fiducia ben riposta e che i fatti lo dimostreranno.


Può raccontarci qualcosa di più del progetto SETI e di come l’ipotesi dell’esistenza di altre forme di vita intelligenti al di fuori della Terra possa conciliarsi con la rivelazione cristiana?

Il progetto SETI è un programma scientifico che ricerca segnali radio (e da qualche anno in qua anche ottici) che potrebbero provenire da eventuali civiltà extraterrestri. Un particolare motivo di interesse per noi è dato dal fatto che l’Italia è insieme agli Stati Uniti il paese leader di questo campo di ricerca fin dalle sue origini, che risalgono all’articolo pubblicato nel 1959 su Nature da Giuseppe Cocconi e Phillip Morrison. Finora non si è mai trovato nulla, ma vuol dir poco, perché le tecnologie e gli algoritmi fin qui utilizzati non erano abbastanza potenti da scoprire segnali che sarebbero verosimilmente debolissimi rispetto a quelli emessi dalle stelle e dagli altri oggetti cosmici. Tuttavia è attualmente in corso un grande sviluppo su entrambi i versanti, che dovrebbe estendere il raggio entro cui possiamo realisticamente sperare di trovar qualcosa dai pochi anni luce attuali fino a circa mille anni luce entro i prossimi 15-20 anni. Questo periodo sarà quindi decisivo, giacché o troveremo la prima evidenza di altri esseri intelligenti nel cosmo o le stime relative alla loro possibile esistenza dovranno essere drasticamente corrette al ribasso. Quanto alla possibilità di conciliare la loro eventuale esistenza con la fede cristiana, devo dire che non mi è mai piaciuto questo modo di porre la questione: non siamo noi a dover riconciliare Cristo con l’esistenza degli extraterrestri o con la teoria del Big Bang, con l’esistenza del male nel mondo o con qualsiasi altra cosa, ma – tutto al contrario – è Cristo che è venuto per riconciliare noi anzitutto con noi stessi e poi con qualsiasi altra cosa, giacché senza di lui tutto ci fa problema. Con ciò non voglio negare che ci siano degli aspetti del cristianesimo (in particolare quelli che si riferiscono al peccato originale e alla storia della redenzione) che richiederebbero di essere compresi in maniera parzialmente nuova qualora si scoprisse che esistono altri esseri intelligenti nell’universo: anzi, io stesso ho cercato di riflettere su questi problemi, anche con uno scambio di lettere con il Papa emerito Benedetto XVI (che, per inciso, mi ha dato alcuni suggerimenti molto interessanti, manifestando anche a questo riguardo la grande apertura mentale e la finezza di ragionamento che gli sono abituali). Ma problemi di questo genere non sono nuovi nella storia della Chiesa e ogni volta l’unico modo di venirne a capo è stato sempre e soltanto uno: guardare a Gesù Cristo presente nelle nostre vite e lasciare che fosse lui a guidarci sulla strada giusta. Lo farà anche stavolta.

Il prof. Musso è membro della European Academy of Sciences and Arts (EASA) e del SETI Permanent Committee of the International Academy of Astronautics (IAA). È stato inoltre fra i principali protagonisti di Calling E.T., un documentario sul SETI realizzato dal regista olandese Prosper De Roos e presentato in prima mondiale all’International Documentary Festival di Amsterdam del 20-30/11/2008, di cui è stato ospite d’onore. Nel 2012 ha vinto il secondo premio dell’Università di Oxford in un concorso di articoli su scienza e religione. Nel corso dell’anno accademico 2015-2016 il prof. Musso terrà un ciclo di seminari aperti al pubblico presso l’Università dell’Insubria dal titolo “Scienza & Fantascienza 2015-2016. L’ucronia. Storie alternative immaginarie e reali”. Il programma e le date definitive saranno disponibili sul sito www.uninsubria.it, sezione Eventi.