La cultura laica in Italia in questo secolo

di Mons. Franco Follo

inedito

Lo scopo di questa scritto è quello di offrire alcune linee di lettura globale della cultura laica in Italia in questo secolo per vedere soprattutto come essa si pone nei riguardi nella nostra fede e poi, nell'ultima serata, discorrere su quali possibilità sussistono per un dialogo e un incontro tra la cultura laica e la cultura cattolica.

Queste riflessioni non vogliono essere una condanna in toto della cultura moderna, perché, in fondo, siamo figli ed eredi di essa, anche se sottolineeremo taluni aspetti inaccettabili e alcuni motivi di preoccupazione.

1 caratteri di fondo della cultura laica di tutto il XX° sec., in massima parte trasmessi dall'ottocento, li possiamo riassumere in tre punti:

L'atteggiamento immanentistico (ossia che la vita dell'uomo si riduce e si esaurisce in questo mondo qui o, per coloro che ammettono un Dio, il ritenere questi presente nel mondo, ma esaurientesi in esso, per cui Dio, come realtà soprannaturale, è di fatto liquidato);

la secolarizzazione (ossia L'insignificanza di Dio nella vita dell'uomo e la negazione del concetto del sacro; di conseguenza, alcune grandi attese di tipo escatologico (riguardanti cioè il fine dell'uomo) vengono ricondotte nella dimensione della storia e quindi laicizzate); la demitizzazione (si ritiene cioè che il Nuovo Testamento è un discorso mitologico che va depurato per scoprire un significato più profondo: quindi rifiuto dei miracoli, dei fatti narrati ecc: è la tesi di Bultmann e altri).

L'atteggiamento di fondo, comunque, è l'espunzione del soprannaturale che rende la cultura laica del nostro secolo strutturalmente chiusa al trascendente.

Croce e Gentile, credi della tradizione idealistica tedesca del secolo scorso, hanno avuto un ruolo determinante nella cultura italiana nella prima metà del secolo.

Per Benedetto Croce lo Spirito, unica realtà che egli ammette e che concepisce universale e di cui noi singoli uomini non saremmo che aspetti passeggeri di esso, è storia, ossia sviluppo, divenire, mutamento, per cui la storia è la nuova divinità: tutto si risolve e si esaurisce in essa; nulla si dà che non sia nella storia: essa è il contenitore unico della società e della vita umana, quindi nulla vi è di sovrastorico e quindi di eterno, di assoluto, di immutabile; nulla quindi trascende la storia e l'esperienza. Anzi chi ammette il trascendente è per lui "vittima di illusioni"

E' chiaro quindi che Dio, l'anima, i valori eterni non trovano posto in questo storicismo assoluto che rivela la profonda irreligiosità dell'animo, crociano. Anzi la negazione della religione, nel suo pensiero, è radicale, assoluta e senza possibilità di compromessi.

L'unica vera religione è per lui la filosofia che pensa con "purezza di concetti e vieta la sostituzione del pensiero con L'immaginazione", Il che significa che i concetti di Dio, di anima di immortalità sono per il filosofo napoletano (o abruzzese se preferite) pure fantasie: "insipido ozio".

La religione è per lui leggenda, filosofia fallace. Tutti i dogmi cristiani sono miti. Non si può parlare di rivelazione: La sola vera rivelazione è quella che lo Spirito universale fa a se stesso.

Giovanni Gentile porta il principio di immanenza alle sue estreme conseguenze. C'è solo un Io universale, unico, assoluto, infinito. Anche per lui non esiste una realtà a se stante e oltre Ilo, ma tutto si risolve in questo Spirito che tutto assorbe ed esaurisce in se: cose, uomini e Dio stesso. Esso si presenta anzi come una sorta di Dio, ma un Dio che si fa, diviene, si sviluppa, attraverso la storia, che non crea, ma si crea continuamente.

Non v'è quindi nulla di trascendente, di soprannaturale; non c'è una realtà al di là della conoscenza e distinta dal pensiero; la verità non è anteriore al pensiero e non viene scoperta dall'intelligenza: essa è continuamente creata dall'Io.

Dunque esistenza di un solo principio o di una sola realtà: questa risolve in sé il bello come il brutto, il bene come il male, è la sorgente unica del vero come dei falso e quindi anche di tutti gli errori e di tutti ì disordini umani. Gentile arriva a dire che 'Satana non è una creatura estranea a Dio, e neppure il ministro di Dio, ma Dio stesso. Se Dio non avesse Satana in sé, sarebbe un cibo senza sale, un ideale astratto... ".

Tutte queste affermazioni sono così paradossali che non si possono neppure seriamente confutare.

E' chiaro che con la negazione della trascendenza di Dio si nega la divinità di Cristo, l'immortalità dell'anima e la destinazione soprannaturale dell'uomo.

Tutti però sanno che Gentile è stato sempre partigiano dell'istruzione religiosa nelle scuole, che il nome di Dio ricorre frequente nei suoi libri. Ma le simpatie di Gentile per il cristianesimo si spiegano coi fatto che, secondo lui, esso più che una religione è una filosofia e la sua grandezza poggia sulle verità morali con le quali è riuscito a trasformare la civiltà umana: cristianesimo dunque ridotto a una teoria e a una morale, perché anche per lui ogni religione positiva è una mitologia, anzi è una forma inferiore di filosofia, una filosofia per le moltitudini e per gli ignoranti! (Vedi Bruno, Pomponazzi ecc.)

Un'altra grande figura di intellettuale che ha occupato la scena della cultura laica o laicista della prima metà del secolo, e che appartiene oltre che alla tradizione marxista, alla cultura idealistica italiana, è ANTONIO GRAMSCI

Isolato negli anni del carcere dai suoi stessi compagni di partito, ha avuto, durante la sua vita, una influenza circoscritta a ristretti ambienti culturali. Solo dopo la seconda guerra mondiale ha ottenuto invece una penetrante, incidenza in più vasti ambiti con il massimo dei successo nella metà degli anni'70.

Gramsci dagli scritti giovanili alle ultime lettere dal carcere, ha portato alle estreme conseguenze tutte le posizioni del pensiero antimetafisico e antireligioso.

Secondo lui il marxismo poggia su una impalcatura filosofica che ha "ghigliottinato l'idea di Dio" Cattolici e comunisti sono diversi sia dal punto di vista filosofico che da quello politico. I primi infatti attendono la redenzione dalla Grazia, dalla parola di Dio e pongono la scaturigine dei fatti umani fuori dell'uomo, in una volontà suprema che spartisce il torto o la ragione al lume di una semitica concezione dei bene e dei male che può valere per gli schiavi, non per gli uomini. I proletari invece non aspettano nulla se non da loro stessi. "

La polemica di Gramsci contro le "nenie catarrose dei vecchi parroci" contro le. "beghine tabaccose". contro l'insegnamento religioso nelle scuole, contro le pratiche religiose nelle famiglie proletarie, è di una violenza di linguaggio inconsueta.

In altra parte dei suoi scritti egli afferma che "i marxisti non sono religiosi; la religione è una forma transitoria della cultura umana e che essa sarà superata da una concezione superiore, quella filosofica".

E ancora: "Gli organizzatori ecclesiastici sono dediti a formare un pericoloso focolaio di infezioni cui accorrono i giovinetti di tutte le classi sociali, i catecumeni della nuova generazione di smidollati e di ipocriti"

I Gesuiti sono "una vera e propria associazione a delinquere". alla quale non può essere lasciata alcuna libertà, la quale, invece, dovrà essere accordata a tutti coloro che accetteranno il potere operaio, il potere dei soviet.

Nei Quaderni del Carcere, però, attenua alquanto questa virulenta polemica portata avanti prevalentemente in articoli di giornali, in quanto si accorge che una parte del proletariato italiano è profondamente religiosa. Che cosa fare allora?

Fermo restando che tutte le religioni "sono folclore". che l'immortalità è una"imbecillità". afferma che il comunismo deve diventare la nuova religione in un mondo che dove essere completamente secolarizzato.

Egli vuole compiere così l'audace tentativo di portare al popolo la concezione immenentistica e secolaristica della vita che è proprio degli intellettuali (si intende laicisti), colmando la frattura esistente tra il basso e l'alto della società.

Insomma la saldatura tra gli intellettuali e il popolo si effettuerà erodendo il sentimento religioso dal popolo e sostituendolo con un pensiero e una prassi terrestre e mondana, proprio degli intellettuali.

Afferma, infatti che Una delle maggiori debolezze delle filosofie immanentistiche consiste appunto nel non aver saputo creare una unità ideologica tra il basso e l'alto, tra i "semplici" e gli "intellettuali".

Purtroppo in questi ultimi decenni è avvenuto proprio quanto auspicato da Gramsci e cioè che il popolo italiano, che ora rimasto fedele al modo di pensare cristiano anche nei tempi dei massimo dominio dell'anticlericalismo (fine 1800 e primi '900) è scivolato in una concezione secolaristica, per giunta proprio durante un interrotto periodo di governo, durato decenni del partito dei cattolici.

Del Noce afferma infatti che il vero fatto nuovo della storia italiana in questi ultimi decenni è stata la riforma intellettuale e morale" voluta da Gramsci e non ostacolata da nessuno, meno che mai dal partito cattolico al governo, impegnato purtroppo in una gestione meramente clientelare dei potere e ben lontano da qualunque preoccupazione di ordine culturale.

Di qui la tesi del "suicidio" della religione, già annunciata nel 1919 e ricordata nei Quaderni del carcere, secondo la quale la concezione trascendente della religione non deve essere ammazzata, ma finire "per suicidio" grazie all'egemonia della cultura laica, in base alla quale la politica (ossia la prassi) deve sostituirsi alla religione nella liberazione dell'uomo.

Alla luce di questa tesi si spiegano le varie teologie politico-religiose sorte proprio negli anni '70: la teologia della liberazione, quella della rivoluzione, quella della secolarizzazione ecc.

Egli quindi rifiuta quelle concessioni alla religione fatte da Croce e da Gentile. Secondo questi la religione è utile e necessaria al popolo ignorante, incapace di elevarsi alla filosofia. Compito dei comunismo invece - per Gramsci - è quello di escludere radicalmente il problema di Dio, portando al popolo quel secolarismo integrale che finora è stato appannaggio soltanto di una élite culturale. Si realizzerà così quell'unità spirituale tra gli intellettuali e i semplici che la Chiesa aveva già realizzato nel medioevo con il cristianesimo.

Un esempio si svuotamento totale della millenaria cultura filosofica è data dalla negazione, da parte di Gramsci delle fondamentali domande esistenziali che l'uomo di ogni tempo si è posto circa se stesso, la sua provenienza, il suo destino e il mondo in cui vive. Esse vengono giudicate da Gramsci "aspirazioni vaghe", "interiori ragionamenti senza sbocco", "manifestazioni inferiori perché istintive, impulsive dei proprio io", "l'indagine storica ci permette di riconoscerle nella loro vuotezza... ".

Ma se tali domande, e le relative risposte, vengono sradicate e vanificate, non c'è il rischio di creare nella scuola un vuoto spirituale con giovani senza identità e senza riferimento, annoiati degli studi; e conseguentemente, non c'è il rischio di dar vita a una società di significati perduti, di declino di tutto ciò che serve a sperare, frutto di una desertificazione dello spirito?

Ma a questo punto potrebbe affacciarsi una domanda: dopo l'oscurarsi di Marx e in parte, anche di Gramsci qual è l'autore di riferimento degli uomini di cultura ex marxisti e post-socialisti (ma anche di tanti liberali) in Italia?

La risposta che hanno dato molti studiosi è questa: Karl Popper, il fondatore del cosiddetto Razionalismo critico, che altro non è che uno sviluppo ulteriore, ma anche un ridimensionamento, del neo-positivismo, corrente che in Italia ha avuto esponenti di non grande rilievo europeo, ma di una certa notorietà. Basti citare alcuni nomi: Ludovico Geymonat e recentemente, forse, Giulio Giorello.

Tutto il Positivismo rifiuta la comprensione della realtà ultima delle cose, l'attenzione a cogliere i molteplici aspetti dell'essere; esso è proteso soltanto al dominio della realtà, al possesso di essa e alla pretesa di ridurla solamente ad aspetti quantitativi per poterla esprimere in formule matematiche, eludendo la domanda sul "perché" del mondo e sul suo significato ultimo.

In tal modo la libertà, i valori morali, il senso dell'esistenza, l'esperienza religiosa, vengono rigettati in quanto, sfuggendo alle leggi scientifiche, sono considerati privi di consistenza.

Il Neo-positivismo si distacca da questo assolutismo scientifico per cadere però in un altro tipo di assolutismo, quello semantico, ossia riguardante il linguaggio.

Il linguaggio umano, si sostiene, ha significato solo in riferimento a ciò che è verificabile nell'esperienza; insomma, per dirla con una sola parola, ha significato solo il linguaggio che riguarda il mondo della scienza.

Pertanto, pretendere di parlare di ciò che non è verificabile sperimentalmente, è dei tutto insignificante. Per cui, di fronte alla domanda: "Dio esiste?", mentre il positivista rispondeva senza esitazione di no, il neopositivista invece dichiara la domanda priva di significato. E così ciò che è trascendente e spirituale è negato ancor più radicalmente, perché la stessa questione del trascendente diventa improponibile e quindi abolita.

Ecco perché oggi Dio e il problema del trascendente non sono sempre negati o attaccati. Essi sono semplicemente irrilevanti insignificanti: di qui anche indifferenza religiosa che tanto lamentiamo. Per costoro, ciò che ha senso è solo ciò che è scientificamente sperimentabile.

Non è questa la sede per approfondire tale posizione di pensiero e sottolineare le sue intrinseche contraddizioni. Se tale concezione fosse vera, anche la maggior parte delle indicazioni metodologiche della scienza moderna sarebbero insignificanti perché non verificabi1i e lo stesso

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criterio di signiticanza (o di verificabilità) risulterebbe privo di significato perché anch'esso in sé non è verificabile.

Eppure il massimo esponente di questa corrente, austriaco Wittgenstein al termine dei suo Tractatus logico-philosophicus"(1921), pone alcune frasi molto significative e alquanto sconcertanti che aprono tutta un'altra prospettiva: Noi sentiamo - egli dice - che seppure tutte le possibili domande della scienza ricevessero una risposta, i problemi della nostra vita non sarebbero nemmeno sfiorati'. Insomma, come sostengono studiosi recenti, per Wittgenstein è il problema etico-religioso il vero problema che però non può per lui essere risolto in termini puramente razionali (si parla infatti per lui di "misticismo").

Popper invece, vorrebbe ridimensionare il Neo-positivismo respingendo il criterio secondo il quale una proposizione ha un carattere scientifico se è verificabile, ossia se trova un corrispondente nell'esperienza, e questo perché - secondo lui - la serie delle verificazioni possibili sarebbe infinita.

Perché una proposizione sia vera, e necessario, secondo Popper che essa sia falsificabile, ossia egli ritiene scientificamente valide quelle teorie che non sono mai state dichiarate false dai dati empirici ossia che non sono mai state smentite dall'esperienza.

Da questo contesto si evincerebbe che il pensiero scientifico voglia lasciar sussistere anche il pensiero non scientifico e quindi non escludere il trascendente. Purtroppo invece espressamente egli afferma che la trascendenza che unicamente interessa non è quella di Dio, ma solo quella di alcune teorie, come, per es., quella dell'evoluzionismo, dell'atornismo, che sono utili alla scienza. Ipotesi di Dio, insomma, non è insignificante, ma è inutile. La verità che interessa non è la verità dell'assoluto, ma la verità limitata che accompagna lo sviluppo dell'uomo nel mondo.

Soffermandoci ora sull'ultimo scorcio di questo secolo ormai al tramonto, noteremo come l'orientamento immanentistico, il rifiuto del trascendente, il processo di secolarizzazione e il progressivo affermarsi dell'ateismo si sono ancor più accentuati, sfociando in un atteggiamento che va sotto il nome di nichilismo.

Il nichilismo (da nihil = niente), atteggiamento già preannunciato negli ultimi anni dei secolo scorso da Nietszche, che ne è stato il profeta, tende a negare la realtà dell'essere, ed è la situazione specifica dell'uomo moderno che, non credendo più in un significato delle cose, e nei valori supremi si trova sprofondato nella disperazione del vuoto e dei nulla.

Per il nichilismo non esiste una verità unica, non c'è una cosa in s'è, manca un fine ultimo, il bene e il male sono relativi. La formula emblematica dei nichilismo, già preannunciata da Nietzsche, è la famosa espressione: "Dio è morto" che significa che il mondo soprasensibile, il mondo dei valori ha perso ogni consistenza e ogni rilevanza. Non esiste una causa e un fine che danno senso e significato alle cose mai e alla vita degli uomini. Di conseguenza la fede nel Dio cristiano è diventata inaccettabile, di qui lo smarrimento della dimensione della trascendenza e l'azzeramento totale dei valori ad essa connessi.

Piuttosto che sulle vane correnti, tutte accomunate dall'antiteismo, nelle quali si scinde e si disperde la cultura laica in Italia di questi ultimi anni ci soffermeremo brevemente su alcuni personaggi più in vista di questa cultura che per acume intellettuale e per lo spessore della loro personalità hanno inciso notevolmente oltre che sul pensiero filosofico, e letterario, anche sul comune modo di pensare, dominando i media. Alcuni di essi sono noti anche a un largo pubblico.

Diremo qualcosa infatti di Eco, Severino, Bobbio, Scalfari e Vattimo.

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Umberto Eco è forse l'intellettuale italiano più conosciuto nel mondo. Professore di semiotica all'università di Bologna, ex diligente nazionale di azione cattolica, da più di un quarto di secolo ha, come si suole dire, voltato pagina, assumendo un atteggiamento ateo o comunque agnostico (l'agnosticismo, ricordo, è quella posizione di pensiero che, pur ammettendo in un certo qual modo una realtà oltre l'esperienza, nega che tale realtà possa essere conosciuta).

Questo atteggiamento è presente nel romanzo pubblicato nel 1980: Il nome della Rosa che è stato, come è noto, un grande successo editoriale e un autentico best seller internazionale.

In quest'opera, con mano volutamente pesante, l'autore ci presenta, secondo un cliché di tipo illuministico, di cui egli è consapevole e di cui si compiace, un medioevo oscuro e arretrato, con lo scopo di screditare e di deridere la Chiesa cattolica e i valori che essa propugna, essendo quei secoli, come è risaputo, intensamente permeati dalla fede nel Vangelo.

Ma la tesi più dirompente che attraversa tutta l'opera, e che lo scrittore è tutto teso a dimostrare, è quella del "nomina nuda tenemus" ossia che noi non possediamo che nudi nomi, ci nutriamo solo di parole che non dicono nulla tranne se stesse; le verità non sono che vuote parole, per cui non esiste alcuna verità. Anzi tutte le differenze fra le cose o le idee sono eliminate e quindi verità e falsità, bene e male sono la stessa cosa. Dio è lo stesso nome del nulla, e la "rosa" dei titolo altro non è che Dio, e il suo senso è il niente.

Tutto si svolge nella ricerca di un segretissimo e proibitissimo presunto libro secondo, (unica copia esistente), della Poetica di Aristotele. Si immagina infatti che il grande filosofo greco, dopo aver trattato della tragedia, tratterebbe della commedia, ossia dell'ironia e quindi insegnerebbe a ridere di tutta la realtà e di tutte le cose, perché tutto è ridicolo, ossia tutto è inconsistente: la verità, le cose sante, i vaIori la Chiesa, la religione, la vita, Dio stesso.

Ma se tutto è ridicolo, è ridicola anche la tesi di Eco, e se tutte le verità sono vuote parole, anche le sue affermazioni sono vuote parole e quindi non hanno alcun senso e alcuna credibilità!

"La posizione di Eco è una posizione nominalistico-nichilista e quindi atea" affermava P. Sommavilla in un famoso articolo su Civiltà Cattolica pubblicato negli anni '80. Il giudizio del resto è confermato dall'altro romanzo edito nel 1998 dal titolo: Il pendolo di Foucault opera di grande erudizione, ma di pesante e faticosa lettura e di difficilissima comprensione senza l'aiuto di studiosi di notevole esperienza culturale.

Ferdinando Castelli infatti ha scritto che l'opera è strutturata filosoficamente sul nichilismo e suIl'agnosticismo, per cui è negata ogni rivelazione e la fede è ridotta a pietosa illusione, anche se si avverte una inquietudine religiosa e una certa nostalgia del divino.

Difatti in una intervista rilasciata a Vittorio Messori 8 o 9 anni fa, alla domanda se egli credesse ancora in Dio, Eco rispose: Io non credo più in Dio, ma forse Dio crede ancora in me...'è probabilmente una reminiscenza di quanto scrive Luca nel Vangelo: Era ancora lontano quando il padre lo vide..."

Nell'ultimo romanzo: L'Isola del Giorno Prima, 1994, appaiono gli stessi motivi: siamo privi di punti fissi di certezze, di riferimenti di sicurezze. L'uomo è un accidente che emerge e poi scompare dal mare del nulla che è poi la sostanza del tutto.

Emanuele Severino, già docente all'Università cattolica di Milano che egli lasciò agli inizi degli anni '60 per passare all'Università di Venezia in seguito a una lunga marcia di allontanamento dalla metafisica, possiede una teoria radicale e inconfutabile, perché indimostrabile, essendo graniticamente conchiusa in se stessa. Centro del suo pensiero è il "nichilismo" implicito nell'affermazione che il pensiero occidentale, dopo Parmenide, ha voltato le spalle all'Essere (che, come è noto, è concepito come identico a sè, immobile, eterno, atto e immutabile) per accettare illusoriamente la tesi dei divenire, del mutamento, del cangiamento delle cose.

Se si accetta questa tesi - dice Severino - tutti gli esseri le persone, gli oggetti, gli eventi diventano niente perché, se mutano, vuol dire che oscillano dal non ancora al non più, passano dal non essere ancora, al non essere più, quindi dal nulla al nulla. In tal modo il cambiamento proviene dal nulla e si conclude nel nulla: da qui il "nichilismo" dell'Occidente, in quanto questa civiltà ha fede nel divenire e nella temporalità delle cose. Se tutto cambia, se tutto diviene, nel mondo niente è, nulla esiste: una cosa che oggi è, ieri non era e domani non sarà più.

A questo esito nichilista, secondo Severino, non si sottrae neanche il pensiero cristiano il quale si illude quando ammette Dio, cioè l'Essere immutabile che è al di là e all'interno dei divenire.

A questa concezione il nostro filosofo oppone la tesi che "tutto e eterno" nulla cambia, nulla diviene; l'essere è eterno, la realtà non nasce e non perisce, non vi è secondo lui né distruzione né morte, ma neppure creazione. Il mutamento che noi avvertiamo, ossia l'uscire e il ritornare nel nulla da parte delle cose, non è reale, ma è un'apparenza, qualcosa cioè di non reale e di fatuo.

Giustamente alcuni filosofi, perplessi e sconcertati, hanno detto che T suo pensiero non è una filosofia, ma un tumultuoso susseguirsi di espressioni emotive e immaginose".

Infatti legare l'uomo a un mutamento apparente e inconsistente vuol dire soffocarlo e annullarlo. Non si accorge Severino che affermare che il divenire è pura apparenza, che esce dal nulla e ritorna nel nulla, presuppone sempre un io, un soggetto che ammetta quella apparenza e che quindi esiste. Per sostenere che tutto è "nulla" deve necessariamente esistere un soggetto che lo affermi. E allora che fine fa la tesi che "nulla" esiste?

Si aggiunga che di recente, nel 1995, Severino ha pubblicato da Rizobi un libro dal titolo: Pensieri sul Cristianesimo" che è una spietata e velenosa demolizione della fede cristiana.

Giustamente Carmelo Vigna, già suo allievo e ora professore alla Cattolica, ha scritto in un articolo che il libro poteva essere scritto 100 anni fa (ai tempi di Nietzsche) o anche 150 anni fa (ai tempi di Feuerbach), ma per le accuse che contiene, appare oggi del tutto fuori tempo!

Fra i pensatori laici o laicisti di cui ci stiamo interessando, senza dubbio Norberto Bobblo è quello che più manifesta una maggiore sensibilità e una più larga, apertura ai valori cristiani, forse per i tanti amici cattolici che egli ha avuto ed ha e per la moglie che era credente.

Egli infatti pur dichiarandosi non credente, apprezza del cattolicesimo l'attenzione per i valori della persona e della vita, il rispetto della donna e del corpo.

E' considerato il "gran vecchio" della cultura italiana, non soltanto per la sua veneranda età anagrafica (ha 88 anni!), ma soprattutto perché, fra libri saggi e articoli sui giornali, egli ha prodotto qualcosa come circa 1500 pubblicazioni! La sua prosa è densa, ma scorrevole e piacevole.

Studioso soprattutto di diritto e di politica, egli stesso si considera però "membro della famiglia dei filosofi". Senatore a vita, intellettuale di "area socialista", è un uomo intimamente schivo e cerca gli altri "come compagni di lotta per attuare il mondo morale"

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U sue battaglie più impegnative sono state quella a difesa del liberalismo, negli anni cinquanta; la condanna della libertà sessuale (esaltata da Moravia, Morante, Pasolini) negli anni sessanta; negli anni settanta la rivendicazione di un socialismo che non prescindesse dalla democrazia, e negli anni ottanta le presa di distanza dal nichilismo sia di Nietzsche che di Heidegger, che egli considera numi tutelari di una certa sinistra, e che non esita a tacciare di radicalismo e di insofferenza per la democrazia.

Bobbio è seguace di Cattaneo, ma la sua posizione filosofica è un relativismo storicistico affine a quello di Croce, che considera il suo maestro e che è costantemente presente nella sua produzione, anche se a volte egli manifesta una certa aspirazione a qualcosa di %erto" al di là dello scorrere del tempo.

Nonostante però queste apprezzabili premesse e tante lodevoli iniziative, Bobbio purtroppo non si tiene lontano da critiche, a volte anche impietose, e da vieti pregiudizi nei riguardi della fede e, in genere, della religione cristiana.

Non è credibile - egli dice per es. - questa storia del Figlio di Dio, che si rivela solo in un uomo tra miliardi", ripetendo così una vecchia tesi che fu già di alcuni idealisti tedeschi. Così come, nella morale, trova impossibile che si possano amare tutti gli uomini secondo quanto prescrive il Vangelo.

Riesumando stantie tesi laiciste, ritiene che la tolleranza è solo un valore laico e che il cristiano, per il solo fatto di credere all'insegnamento di Cristo, deve necessariamente essere intollerante verso chi non crede, perché mentre il laico è l'uomo dei dubbio (come se questo fosse un valore!), il cristiano è uomo di fede (come se questa fosse un difetto!). Altro ingenuo pregiudizio di natura positivistica è che 'la religione esiste perchè la scienza dà risposte parziali',...

Anche per Bobbio però "il problema dei problemi è la morte" e afferma che "La divergenza che mi ha sempre colpito di più è quella che divide coloro che credono nell'immortalità dell'anima da coloro che non ci credono" Nonostante però questa affermazione, sorprendentemente ritiene un pregiudizio la ricerca da parte dell'uomo dei problemi fondamentali della vita!

Pur essendosi sempre schierato per la difesa della vita e quindi contro l'aborto, vanifica tuttavia questa elevata posizione con la tesi secondo la quale l'uomo non nasce persona, ma lo diventa quando la società lo riconosce tale. E allora - ci potremmo chiedere - è l'arbitraria. e interessata decisione degli uomini a riconoscere diritti inviolabile e inalienabili della creatura umana?

Purtroppo, come si vede, anche la nobile figura di Bobbio rimane aduggiata nella perniciosa tradizione laicista dell'immanenza e irretita nella soffocante trama del secolarismo, retaggi entrambi dello storicismo in cui lo spirito umano, concepito come totalmente immerso nella storia e da essa condizionato, non è capace di autotrascendersi e quindi di raggiungere delle verità assolute e immutabili. La storia, infatti, è per lui una "fiumana maestosa" dì cui l'inizio e la fine sono ignoti.

Egli quindi vede l'uomo come soffocato dal carattere contingente ed effimero della vita e abbandonato al suo destino di creatura che "cerca la salvezza in se stesso e nella giustizia 1errena'~

Eugenio Scalfari è figura troppo nota perché si debba aggiungere qualcosa per integrare la sua biografia. Da quando ha lasciato la direzione di Repubblica ha intensificato l'interresse per i problemi filosofici e, in particolare per quelli morali e religiosi affrontati del resto in numerosi precedenti articoli e in alcuni libri.

Già in un consistente volume del 1994: 'Incontro con Io'. Scalfári in un immaginario viaggio nel proprio mondo interiore, vuole individuare a quali scoperte hanno portato i suoi 70 anni di

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vita, dal momento - egli dice - che le sue vecchie certezze, come le convinzioni religiose, si sono perse per strada.

Pur evitando di entrare nel merito dei problema religioso, egli conferma tuttavia la conclusione a cui dice di essere giunto già nel periodo della giovinezza, e cioè che la prova della immanenza di Dio lo convince molto di più dell'immagine di un Dio trascendente al quale era pure stato educato.

In effetti però egli si dichiara ateo affermando in un'altra pagina che "Dio e la legge, o il destino, oppure un invenzione, è il Dio che la mente degli uomini ha creato e che rimane il modo di appagare una nostalgia insopportabiIe'

Nel libro "Alla ricerca della morale perduta" del 1995 e poi in una serie di conversazione con il card. Martini e altri in seguito pubblicate con il titolo: In cosa crede chi non crede?, egli affronta nuovamente questi problemi con un riguardo particolare alla morale affermando che il fondamento di essa è un istinto: l'istinto della sopravvivenza! Il sentimento morale non ha la sua sede nella ragione, non ci arriva dal cielo inviato da chissà chi, non c'è bisogno di riferirlo a un Dio...'~

Certamente c'è da compiacersi del fatto che in un tempo come il nostro, dominato, dall'indifferentismo, dalla banalità e a volte dal vuoto culturale, un uomo, che pur fa esplicitamente professione di ateismo, affronti problemi così profondi e fondamentali e mostri una grande apertura al dialogo e al confronto!

Purtroppo Scalfari non si avvede che legare la morale a un istinto significa porsi sulla linea dei positivismo e scivolare nelle sabbie mobili della contingenza e dei relativismo.

Se la morale non è fondata su valori assoIuti in modo da poter resistere al variabilì comportamenti umani, essa si declassa a costume, a convenzione, a utilitarismo, a convenienza sociale.

Giustamente il card. Martini afferma che "Chi non fa riferimento a Dio Creatore, dove trova la luce e la forza per operare bene nelle circostanze diffic1h che mettono alla prova tutte le nostre energie?". ?Specialmente quando ci troviamo di fronte alla morte, come comportarsi se non c'è una giustificazione ultima e un riferimento a un principio trascendente, ossia a un Dio personale?

GIANNI VATTIMO, ordinario di filosofia teoretica all'Università di Torino, è noto a un vasto pubblico, non solo come autore di opere fondamentali conosciute anche all'estero, ma soprattutto come estensore di numerosissimi articoli che pubblica con puntuale frequenza sul quotidiano LA STAMPA.

Egli ritiene che noi oggi siamo neIl'epoca postmoderna, caratterizzata dalla morte di Dio e dalla fine della metafisica (la metafisica, lo ricordo, è quella parte della filosofia che si interessa di Ciò che è al di là della esperienza fisica, e quindi tratta dei problemi di Dio, dell'anima dei mondo).

"Oggi - egli dice - a causa della conoscenza della natura, della capacità di dominarla e inoltre di strutture sociali stabili, Dio non occorre più, l'uomo non ha più bisogno di rassicurazioni di tipo magico o anche della dipendenza dei reale da un unico principìo".

La filosofia dell'epoca postmoderna, egli aggiunge non potrà essere altro che "un pensiero debole". espressione coniata da Vattimo stesso. (in quella che rimane tuttora la sua opera principale, scritta in collaborazione con A. Rovatti: Il pensiero debole, FeItrinlli 1993).

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Il pensiero debole rinuncia a qualunque certezza assoluta, anzi anche alle conoscenze probabili: si accontenta di cognizioni provvisorie, non impegnative che, valide oggi possono essere ribaltate domani

La ragione, come si vede, è così messa in crisi la metafisica sepolta.

Vi è posto solo per alcune conoscenze partìcolari, relative; qualunque verità è inattendibile, soprattutto quelle trascendenti e soprasensibili. Dio, L'anima, il mondo sono certezze irraggiungibili (ammesso che siano certezze). Ogni domanda che abbia un senso di carattere escatologico viene dichiarata illegittima e fuori luogo.

Si comprende facilmente come il risultato più immediato di questa posizione sia uno strisciante scetticismo che, se fosse seriamente e coerentemente professato, renderebbe impossibile non solo la conoscenza, ma qualunque attività e la vita stessa. La vita difatti per lui è una fruizione estetica; ci si piega sul ricordo e la storia (o la vita) diventa la ricerca di una illusione.

E risultato del "pensiero debole" quindi, è un nichilismo totale in quanto Vattimo dichiara che il postmoderno deve mettere del tutto in disparte il problema dell'andamento delle cose" e "il dissolvere la nozione di verità".

Ma pensare in tal senso significa condannarsi all'empiricità, alla casualità, all'arbitrarietà del vivere alla giornata, senza idee guida, senza valori che orientino il nostro operare; significa cadere nel più caotico relativismo e nell'agnosticismo.

IM quante contraddizioni anche nel pensiero debole! Esso sostiene con fermezza le sue tesi e postula con vigore il valore delle sue affermazioni, ritenute le uniche valide; in tal modo non si accorge che così facendo si presenta come "pensiero forte", anzi "fortissimo", alla stessa stregua delle costruzioni filosofiche del passato che Vattimo deride perché pretenziose.

La verità è che la metafisica non può morire perché non può morire H bisogno di ricercare criticamente la natura delle cose, i fini della società, il significato e il valore dell'uomo, né possono cadere le domande sul principio assoluto dei creato, su Dio, troppo frettolosamente messo in disparte da Vattimo.

Sulla scia di una celebre battuta di Woody Allen, vorrei concludere con qualcosa del genere. Dio è morto? Per Vattimo No, però è piuttosto debole!...

FINE

di Mons. Franco Follo